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SCHUMACHER: L’UOMO, IL PILOTA, IL CAMPIONE

venerdì 18 ottobre 2019

Ben più di un libro per immagini, il volume di Pino Allievi, prestigiosa firma de La Gazzetta dello Sport, restituisce a tutto tondo la figura del “campionissimo” tedesco, attraverso un racconto tessuto anche con la testimonianza di chi Michael l’ha conosciuto davvero.

Chi alla metà degli anni Novanta aveva poco più di una ventina d’anni e fra i propri segni particolari aveva anche quello di essere “ferrarista” sin dentro il midollo poteva soltanto aver letto o sentito parlare dai genitori del titolo Piloti vinto da Jody Scheckter nel 1979, a Monza – il nono e ultimo per la Scuderia del Cavallino – e, allo stesso modo, dovevano apparigli imprese quasi leggendarie quelle compiute dalla coppia Lauda-Regazzoni alla metà degli anni Settanta quando, nell’arco di quattro stagioni, a Maranello, giunsero due titoli Piloti e ben tre Costruttori. Per quella generazione di “ferraristi” il presente era però ben diverso: fra il 1991 e il 1995 di titoli, tolti quelli sui giornali – molto spesso neppure troppo lusinghieri – neanche parlarne. In compenso, tante occasioni perse, gare da dimenti

care e soltanto due vittorie da aggiungere all’albo d’oro della “squadra del cuore”: Germania ‘94 con Berger e Canada ’95 con Alesi, quest’ultima maturata dopo che Michael Schumacher, saldamente al comando della corsa con la sua BenettonRenault, è costretto a rientrare ai box dando via libera al francese che va a cogliere la sua prima e unica vittoria in F1, compiendo fra l’altro il giro d’onore proprio “a dorso” della Benetton del tedesco, frattanto tornato in pista.

Quello stesso Schumacher che si riprenderà con gli interessi il successo nel Gran Premio d’Europa al Nürburgring, dopo aver letteralmente braccato negli ultimi passaggi e poi definitivamente arpionato il leader Jaen Alesi, regalando al transalpino e ai suddetti “ferraristi” l’ennesima amarezza. Ma poi, già

alla fine di quella stagione, ecco riapparire il tedesco dal lungo mento nei panni di “ufficiale” del Cavallino. Eccolo calarsi nell’abitacolo della rossa per i primi giri di pista a Fiorano, rilasciando dichiarazioni che suonano grosso modo... «...la 412 T2? Una monoposto eccellente. Mi chiedo come sia stato possibile non vincere il Campionato con una vettura del genere...». Vera musica per quella generazione di “ferraristi” digiuni che a quel punto, seppur in punta di piedi, iniziano a sperare che sì, forse, insomma, prima o poi quel maledetto titolo dovrà pur riprendere la strada per Maranello, smarrita da tempo immemore.

Inizia una rincorsa che, vista a posteriori, sa di lungo conto alla rovescia. Tre vittorie – e chi le aveva più viste – nel 1996: lezione di guida

sull’acqua a Barcellona, perentoria affermazione in Belgio e poi l’apoteosi monzese. Bene, ma non può bastare. Nel 1997 le vittorie salgono a cinque, Montecarlo compresa, ma poi c’è “quel pasticciaccio brutto” di Jerez, con la sciagurata ruotata a Jacques Villeneuve ad oscurare tutto e a porre fine a qualsiasi sogno di gloria. Non bastano neppure i sei successi della stagione successiva – mai così tanti per la Ferrari dal 1990 – per portare a casa il famigerato titolo

che pare stregato, e in Italia, fra tifosi e organi di stampa, qualcuno inizia a storcere il naso. Ce la farà mai il tedesco a compiere l’impresa? Il destino si sa, è spesso beffardo, e nel 1999 è il “gregario” Eddie Irvine a trovarsi a un certo punto nella condizione di centrare lo storico obiettivo. I sogni di Michael si sono infranti, assieme alla sua gamba destra, poco dopo il via a Silverstone. Mesi lontano dalle piste e poi il ritorno per aiutare Irvine nell’ultimo decisivo attac

co. Michael non delude nemmeno in quella insolita veste con una corsa capolavoro in Malesia ma... non basta. Certo, arriva il titolo Costruttori ma... non basta.

Il nuovo millennio si apre sotto i migliori auspici con quattro vittorie nelle prime sei corse. Poi le cose iniziano a girare per il verso sbagliato e il popolo “ferrarista” ricade nello sconforto. No, non può accadere di nuovo e, infatti, non accade. Dall’Ungheria in poi il ruolino di marcia di Schumacher è impressionante con un secondo posto e cinque successi, compreso quello in Giappone, l’8 ottobre, giorno in cui il nefasto incantesimo è finalmente infranto. Ventuno anni dopo Monza ’79, il titolo Piloti è di nuovo marchiato Ferrari. In quei giorni anche chi non ha mai seguito una corsa in vita sua, anche la “casalinga” di turno, parla del binomio Schumacher-Ferrari e, ironia della sorte, non smetterà di farlo per le quattro stagioni successive. Le vittorie – autentico miraggio solo un decennio prima – si fa ormai fatica a contarle. Il tedesco vince in ogni dove e in ogni modo, con due, tre, quattro pit-stop, poco importa, tagliando il traguardo in pista o ai box, non fa differenza, con il sole, con la pioggia, ancora meglio, portandosi a casa il titolo talvolta già in piena estate e lasciando agli avversari così come ai vari “scudieri” che si avvicendano al suo fianco poco o nulla. Tutto appare maledettamente semplice. Tutte le volte che sale sul gradino più alto del podio, quel giovanotto tedesco non sembra mai neppure stanco, grazie ad una preparazione fisica che ha pochi eguali al pari del suo equilibrio mentale.

In quelle occasioni non manca quasi mai il fatidico salto – autentico marchio di fabbrica del tedesco – così come il momento in cui si cala nei panni di direttore d’orchestra per scandire l’inno di Mameli assieme alla squadra. Già, la squadra. Attorno a se Michael costruisce un team solido, fatto di fedelissimi che lavorano con un solo e unico grande obiettivo: vincere. Neppure mirate modifiche al regolamento, introdotte per cercare di spezzare quella egemonia che sa di “dittatura” riescono nell’intento. Nel frattempo, sulla scena si affacciano nuovi campioni, di gran lunga più giovani di Michael – si pensi a Alonso – con i quali il tedesco continua a lottare ad armi pari “rischiando” di vincere ancora nel 2006, dopo aver già annunciato il suo ritiro dalle corse a Monza. Quella che tutti pensano essere la sua ultima gara va in scena in Brasile ed è l’ennesimo saggio di bravura e carisma, con un sorpasso da manuale anche ai danni del suo erede in Ferrari, Kimi Räikkönen.

Poi, eccolo nei panni, sempre più stretti di “consulente” ai box, con le cuffie in testa, a guardare gli altri che corrono. Inaccettabile per Michael che come un animale in gabbia scalpita, prova la strada delle Superbike in Germania rischiando letteralmente l’osso del collo. Va vicino a tornare a correre un gran premio in rosso nel 2009 al posto dell’infortunato Felipe Massa ma alla fine non se ne fa nulla. Poi cede alle lusinghe di quella vecchia volpe di Ross Brawn che lo convince a tornare a correre in Mercedes, glorioso Marchio che sta rinascendo sulle ceneri della Brawn. Il popolo dei “ferraristi” di cui sopra, ormai giunti alla soglia della “quarantina”, è incredulo. Poco male perché le stagioni di Michael nei panni di avversario sono soltanto “l’ombra della luce”, tanto per citare Franco Battiato. In tre anni, una sola pole e un solo podio prima del definitivo addio, di nuovo in Brasile alla fine del 2012. Un film ripassato tutto d’un fiato che rivive nel volume a firma di Pino Allievi, storica firma de La Gazzetta dello Sport e raffinata penna del giornalismo sportivo, che in questo autentico libro “inchiesta” diluisce all’interno di un testo ricco e appassionante, le testimonianze di chi Michael l’ha conosciuto davvero, fuori e dentro i campi di gara, cercando di offrire un ritratto a tutto tondo in primis dell’uomo, poi del pilota e del campione. Martin Brandle, Eddie Irvine, Felipe Massa, Rubens Barrichello, i suoi storici tecnici e ingegneri, l’inseparabile addetta stampa Sabine Kehm, gente come Jean Todt e Luca di Montezemolo, entrano di volta in volta in scena con le loro preziose quanto inedite testimonianze. Ma poi, ci sono anche quelli che non ti aspetti, l’uomo di fede, chiamato a restituire una dimensione spirituale al campione solo in apparenza impenetrabile, così come il luminare della medicina, che cerca di indagare nei recessi più nascosti della testa di Michael per spiegare cosa possa essere accaduto quel famigerato 29 dicembre 2013, tutto con il tatto e il rispetto che si deve a quell’uomo – ancor prima che al Campione – che per tanti anni ha regalato ai “ferraristi” duri e puri ma non solo indimenticabili pagine di sport.

L. Acerbi

 

 

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